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  4. Il cooperativismo nel ventunesimo secolo
  1. Dell’identità cooperativa

     L’impresa cooperativa è un autentico Giano bifronte: è un ente cioè, che unisce dentro di sé  due dimensioni distinte, quella economica e quella sociale. È proprio per questa natura anfibia che nel corso della sua storia l’impresa cooperativa ha conosciuto problemi, anche seri; in certe fasi storiche la dimensione sociale ha fatto aggio su quella economica e le cose non sono andate bene; in altri invece è stato vero il contrario. Pensiamo al primo Ottocento quando in Inghilterra e poi in Francia persone come Robert Owen andavano a fondare le prime cooperative, tutte fallite miseramente. Perché? Perché Owen, da coerente idealista, pensava che l’impresa cooperativa potesse reggersi sulla sola motivazione intrinseca dei soci, con il che era la sola dimensione sociale a venire privilegiata. Quando si recò negli Stati Uniti e fondò nel 1825 New Harmony, una delle prime cooperative in terra d’America, nel giro di pochi anni questa andò incontro a un disastroso fallimento.  In altre epoche storiche è stato vero il contrario. Anche quando è stata la dimensione economica a prevalere su quella sociale, fino a soffocarla, sono sorti problemi seri.  Tenere in equilibrio le due dimensioni dell’impresa cooperativa non è cosa facile. La storia ultracentenaria del movimento cooperativo ce ne dà ampia conferma. E’ questa la ragione per la quale sono necessarie, non soltanto attenzioni crescenti per quanto concerne la vigilanza, ma anche e soprattutto quelle che chiamano in causa l’identità. Non si difende l’identità della cooperativa senza uno specifico sforzo di natura culturale.

Un chiarimento sulla nozione di identità è d’obbligo. Come noto, questo termine si porta addosso una duplice ambiguità. La prima fa riferimento alla distinzione tra identità come corrispondenza ad un’unica realtà – come quando si dice “Tizio e Caio condividono la medesima identità politica” – e identità come insieme di caratteristiche che rendono un ente qualcosa di unico e irripetibile – come quando si dice: “quella persona ha perso la propria identità in seguito ad una seria malattia mentale”. La seconda ambiguità, invece, concerne la distinzione tra identità come condizione data, decisa da altri o associata ad uno speciale destino storico e identità come frutto di scelta responsabile. Nel primo caso, l’identità si scopre, nel secondo caso si costruisce.

            Sono dell’idea che alla cooperativa si debbano applicare le seconde accezioni dei due concetti di identità ora evidenziati. Se l’identità è un insieme di caratteristiche che connotano di sé un soggetto ed è qualcosa che è frutto di un processo di scelta, è evidente che essa non si dia una volta per tutte. Invero, quello identitario – nell’accezione qui accolta – è un fenomeno prettamente morfogenetico, un fenomeno cioè ad elevato grado di cambiamento che evolve   sia per spinte interne sia in seguito alle trasformazioni della società in cui il movimento cooperativo è inserito. In tal senso, la costruzione – e non già la scoperta – dell’identità comporta sempre che un confine mobile venga tracciato. E ogni confine, per il fatto stesso di separare interno e esterno, comporta sempre il rischio della difesa ad oltranza della propria identità. Ciò che la rende precaria e pericolosa. Precaria perché un’identità che non riesce a vedere il nuovo  non è sostenibile alla lunga; pericolosa, perché un’identità che non si pone in discussione degenera, prima o poi, nell’integralismo, cioè nel rifiuto a priori della novità.

            C’è chi pensa che, allo scopo di scongiurare i rischi immunitario e integralistico, occorre sbarazzarsi del concetto stesso di identità – che è come gettare con l’acqua sporca il bambino, perché l’esodo dall’identità distrugge l’ente. Piuttosto quello che occorre fare è imparare a ridefinire, a riposizionare i propri confini; il che significa essere in grado di fornire le ragioni ragionevoli della propria identità.  Si badi che la ragionevolezza è la razionalità che rende la ragione dell’uomo e per l’uomo. In quanto tale, essa è espressione di saggezza e non solo di abilità intellettuale. Si comprende allora perché alla cooperazione non può bastare la razionalità. Non bastano dunque i corsi di formazione e di addestramento professionale, pure necessari.  Ciò di cui la cooperazione ha oggi massimamente bisogno sono investimenti specifici di risorse, umane e finanziarie, in educazione – non solo formazione – identitaria. Agli inizi della storia del cooperativismo è stato vero il contrario: c’era meno professionalità, ma più identità.

 Un corollario importante che discende da quanto precede è la tentazione, oggi assai forte, dell’isomorfismo organizzativo. Di che si tratta? Della tendenza a trattare tutte le forme organizzative d’impresa come realtà basicamente simili. La cooperativa, la multinazionale, la scuola, l’ospedale, l’Università sono tutte considerate espressioni del genere “organizzazione” e quindi per capirle e per “curarle” i metodi da utilizzare sarebbero sempre gli stessi.  Ho conosciuto sedicenti esperti che offrivano gli stessi identici corsi di teoria dell’organizzazione per manager di imprese capitalistiche, di cooperative, di associazioni di volontariato, proprio in forza di questo pernicioso riduzionismo. È bensì vero che ci sono molte cose in comune tra una impresa capitalistica e una cooperativa, ma resta vero che una “buona” teoria organizzativa deve concentrarsi soprattutto sulle differenze – tante o poche – tra un’organizzazione e un’altra. (Biologi ed etologi ci informano che gli esseri umani e gli scimpanzè condividono il 98% del DNA, ma è proprio quel 2% che fa la differenza tra gli uni e gli altri!).

La cultura della globalizzazione, oggi dominante, porta con sé una radicale tendenza al livellamento e alla standardizzazione dei canoni organizzativi: one size fits all, dicono gli americani. Ma se non si dà importanza a quel 2% di differenza, di cui sopra ho scritto, non riusciamo più ad individuare i fattori decisivi di ciascuna organizzazione che si chiamano valori, missione, identità, cultura d’impresa. L’organizzazione di una cooperativa potrà avere forse solo il 2 o il 5 per cento di diversità rispetto alla gemella capitalistica, ma se gli esperti (consulenti, studiosi, docenti) la trattano allo stesso modo finiscono per condurla su sentieri insostenibili. La vita fiorisce grazie alla diversità. Una società civile cresce bene quando rende possibile la vita a più forme organizzative, rispettandole nelle loro specificità e culture. Quando un’economia perde le cooperative perché queste si trasformano in imprese speculative o perché chiudono a causa anche dei consigli di cattivi maestri, tutta la società diventa più povera perché perde la resilienza tipica di un ecosistema sociale che pullula di varietà culturali, cioè di bio-diversità.

 

  1. Della comparazione tra impresa capitalistica e impresa cooperativa

     Storicamente, l’impresa cooperativa nasce dopo l’impresa capitalistica ed inizia ad espandersi, sia pure con modalità e tassi di crescita diversi da paese a paese, all’interno dei sistemi economicamente più progrediti. Essa è dunque un frutto per certi aspetti inatteso della civiltà industriale, un frutto che giunge a piena maturazione durante la “Bèlle époque”. Due le interpretazioni che è possibile dare di tale fatto storico.  La prima vede la cooperativa come la risposta ad uno specifico “fallimento” della forma capitalistica di impresa, come cioè una sorta di rimedio ovvero di compensazione a ciò che quest’ultima non riesce ad ottenere ovvero a garantire. La seconda interpretazione, invece, giudica quello cooperativo un modo più avanzato di fare impresa in sistemi socialmente avanzati; e ciò nel senso che esso rappresenta il coronamento dell’aspirazione di quanti intendono il lavoro come occasione di autorealizzazione e non solo come fattore di produzione. E’ a questa interpretazione che pare alludere J.S. Mill – grande pensatore liberale - quando alla terza edizione dei suoi Principles of Political Economy  pubblicati nel 1852 aggiunge il seguente brano, veramente notevole: “La forma di associazione che, se l’umanità continua a migliorare, ci si deve aspettare che alla fine prevalga, non è quella che può esistere tra un capitalista come capo e un lavoratore senza voce alcuna nella gestione, ma l’associazione degli stessi lavoratori su basi di eguaglianza che possiedono collettivamente il capitale con cui essi svolgono le loro attività e che sono diretti da managers nominati e rimossi da loro stessi” (p.772).

Dalle due interpretazioni discendono – come è ovvio – conseguenze pratiche diverse. La prima conduce a relegare la cooperativa ad una posizione di nicchia, utile ed efficace fin che si voglia, ma pur sempre destinata a rimanere nel novero delle eccezioni alla regola. A ben considerare, la logica di discorso sottostante questa interpretazione è la stessa di quella di chi chiede al mercato di fronteggiare i fallimenti dello Stato e di chi chiede alle organizzazioni non profit di fronteggiare i fallimenti del mercato. La linea di pensiero che va dal pionieristico lavoro di B. Ward del 1958 al pregevole lavoro di H. Hansmann del 1996 si riconosce, basicamente, in tale interpretazione, con tutte le variazioni e le sfumature che differenziano un autore dall’altro. La seconda interpretazione, invece, porta a vedere nella cooperativa la forma di impresa verso la quale potrebbe tendere a convergere, nel lungo periodo, in economie avanzate di mercato, la forma capitalistica di impresa. Chi scrive si riconosce in questa seconda prospettiva di discorso, una prospettiva che formulo, in modo sintetico, nei seguenti termini.

Il XX secolo ha conosciuto il confronto-scontro tra due principali modi di organizzazione socio-economica: quello capitalistico e quello del cosiddetto socialismo reale. Come noto, uno dei punti qualificanti di differenziazione dei due sistemi chiama in causa la dimensione riguardante il tipo di proprietà dei mezzi di produzione: privata nell’un caso e pubblica (o collettiva) nell’altro caso. Il secolo si è chiuso con la vittoria del sistema capitalistico. Troppo frettolosamente autori come F. Fukuyama hanno parlato, a tal proposito, di fine della storia. Il fatto è che la dimensione della proprietà non è la unica rilevante a caratterizzare le varie tipologie di organizzazione economica. Assai più pertinente, oggi, è la dimensione del controllo, sapere cioè a chi spetta ultimamente il controllo del processo produttivo. Ebbene, la mia congettura è che il XXI secolo vedrà il confronto dialettico tra i due principali modi di esercitare il controllo dentro l’impresa: quello da parte dei fornitori di capitale e quello ad opera dei fornitori di lavoro. I termini del confronto, dunque, non riguarderanno più la natura della proprietà dell’impresa, che resterà ampiamente privata. (Le imprese pubbliche, se resteranno in vita, andranno ad occupare spazi veramente interstiziali). Piuttosto, esso riguarderà la titolarità del controllo ultimo sull’impresa e cioè se questa titolarità ricade in capo ai portatori di capitale – come avviene nell’impresa capitalistica – oppure ai portatori di lavoro – come avviene nella cooperativa. Trovo interessante quanto scrivono, pur con altri intendimenti teorici, Milgrom e Roberts (1990) circa la centralità del problema del controllo: “La caratteristica cruciale di differenziazione dell’impresa non è il modello di proprietà dei suoi beni patrimoniali, ma la sostituzione dell’autorità centralizzata al posto delle negoziazioni, relativamente infinite, che caratterizzano le transazioni di mercato” (p.72).

Per avanzare congetture su quale delle due tipologie di impresa – capitalistica o cooperativa – finirà col tempo a prevalere ci vuole una teoria che, dalla presa d’atto dei punti di forza e di debolezza che contraddistinguono i due modelli di impresa, valga a spiegare perché quella capitalistica è la forma oggi prevalente. Come opportunamente si chiede G. Dow (2004), se non pochi dei problemi che affliggono le nostre società contemporanee – dall’alienazione in aumento sul lavoro all’aumento delle ineguaglianze; dal cosiddetto paradosso della felicità alla emergenza di trappole di povertà sociale – potrebbero venire mitigati da un’organizzazione economica in cui i lavoratori detenessero il controllo delle imprese alle quali forniscono il loro lavoro, perché mai la forma di gran lunga prevalente di impresa resta quella capitalistica? Una risposta seria (e credibile) a interrogativi del genere deve evitare posizioni meramente ideologiche, come quella di chi, per un verso, individua nel dominio dei “poteri forti” e nella loro capacità di influenza sullo Stato la causa esplicativa del fenomeno, e per l’altro verso quella di chi ritiene che dalla rara diffusione delle cooperative si debba inferire la radicale incapacità di queste ultime a convivere con le imprese capitalistiche. Piuttosto, si tratta di trovare argomenti persuasivi che, da un lato,  sappiano identificare le forze in grado di guidare il processo di evoluzione dell’assetto economico-istituzionale in atto verso un equilibrio finale caratterizzato dalla preponderanza della forma cooperativa e, dall’altro, che sappiano spiegare come sia possibile combinare gli indubbi vantaggi dell’impresa capitalistica nell’accedere al capitale e nel realizzare la  diversificazione dei rischi con i vantaggi della cooperativa nello stimolare lo sforzo dei lavoratori (e quindi nel favorire gli aumenti di produttività) e nell’attenuare  il conflitto distributivo.

L’obiettivo che il movimento cooperativo deve prefiggersi è quello di dissodare il terreno, per così dire, in vista di porre le premesse per una nuova teoria economica della forma cooperativa di impresa. Nuova non nel senso di un raffinamento o di un potenziamento di quella esistente, ma nel senso di un diverso sguardo sulla realtà. Una teoria, infatti, è sempre un particolare modo di vedere la realtà.

 

  1. Le nuove sfide per il cooperativismo

   Quali ragioni vi sono allora per sostenere, nelle condizioni storiche attuali, che in non pochi settori vi è un vantaggio comparato della forma cooperativa rispetto a quella capitalistica? Cosa spinge, cioè, a congetturare una ulteriore spinta in avanti del movimento cooperativo? La più importante di tali ragioni è legata alle caratteristiche dell’attuale ciclo tecnologico. Va tramontando l’epoca del taylorismo, che è stato la modalità di organizzazione del lavoro tipica della modernità. Oggi siamo entrati in epoca post-industriale. L’idea di base del taylorismo era che nelle organizzazioni di impresa soltanto il vertice dovesse pensare, e gli altri obbedire. La novità del post taylorismo è che tutto questo è ribaltato: oggi le imprese di successo sono quelle nelle quali non solo il vertice, ma tutti pensano. Da tutti, infatti, può venire un’idea vincente o lo spunto per un’innovazione radicale.

      Affinché ciò si realizzi è però necessario che l’organizzazione interna dell’impresa cooperativa sia tale che vi sia “coerenza psicologica” – come la chiama H. Schlicht – tra ciò che si dichiara di voler perseguire e ciò che si fa in realtà.  Ebbene, nell’impresa capitalistica, il manager non ha bisogno di conoscere le motivazioni o le disposizioni d’animo di coloro che con lui collaborano. Gli basta che i comportamenti di costoro siano in linea con quanto contemplato dal piano di coordinamento. Ecco dunque una prima sfida: come disegnare il modello organizzativo interno dell’impresa cooperativa affinché esso consenta da un lato, di rendere trasparenti le disposizioni d’animo di tutti i soci, e dall’altro di valorizzare con adeguati sistemi premiali le motivazioni intrinseche rispetto a quelle estrinseche.

      Si tratta di un compito non facile, anche perché la soluzione non può essere generale, valida per tutte le cooperative. Ma si tratta di un compito che va assolto se la cooperativa non vuole declinare. Ciò che si può dire, in linea di massima, è che il democratic stakeholding è la via da battere. Si tratta cioè di offrire a tutti coloro che intrattengono rapporti con l’impresa cooperativa la possibilità reale (non virtuale) di partecipare al processo deliberativo nelle forme che si ritengono più opportune. Giova ribadire che non basta la comunicazione trasparente (dare informazioni corrette e veritiere); né basta la consultazione di tipo concertativo. Occorre arrivare alla inclusione nel processo decisionale dell’impresa di tutti coloro che in essa operano. Si noti la differenza: mai l’impresa capitalistica riuscirà ad attuare un tale modello partecipativo. Tutt’al più – e sarebbe già tanto - se lo facesse – essa riuscirà ad attuare quanto richiesto dai canoni della responsabilità sociale d’impresa. L’organizzazione cooperativa deve dunque trovare la rotta che le consenta di navigare sicura tra la Scilla dei modelli corporativisti tradizionali (si pensi al ben noto modello keiretsu) secondo cui la governance d’impresa dovrebbe fondarsi solo su valori condivisi radicati in una comune storia, e il Cariddi dei realisti critici che, a partire dall’assunto antropologico di individualismo, ritengono che l’unica cosa da fare sia perfezionare gli schemi di incentivo e cercare di rendere sempre più completi i contratti. 

      C'è una seconda sfida che il movimento cooperativo deve raccogliere: quella riguardante la ricerca dei modi più efficaci per la gestione del conflitto. Una precisazione è opportuna. Non v’è da credere che all’interno di una cooperativa non possano nascere conflitti solo perché tutti i collaboratori condividono il fine dell’azione comune. Perché tale circostanza, se vale a scongiurare il conflitto di valori, non garantisce affatto che non possano sorgere conflitti sui modi di interpretazione di quei valori e soprattutto sui modi di tradurli nella gestione corrente dell’impresa. Si tenga presente, infatti, che l’interpretazione dei valori, cioè la determinazione dei criteri di giudizio sulla base dei quali si stabilisce se in una certa situazione i valori sono stati applicati o meno, è operazione storicamente determinata, perché dipende dagli occhiali (cioè dalle teorie) che usiamo per guardare la realtà. E gli occhiali hanno a che fare con le nostre sensibilità, con i nostri stati emotivi, con la nostra cultura specifica. Guai dunque a sottovalutare tali aspetti anche perché situazioni di conflitto nella vita di un’impresa sono assai più frequenti di quanto si pensi.

            Ci viene in aiuto, a tale proposito, un teorema assai famoso di A. Sen del 1970, col quale si dimostra che, in parecchie situazioni, principio democratico (nelle decisioni di gruppo, vince la maggioranza) e principio liberale (ciascuna persona deve poter far valere il proprio punto di vista almeno in qualche area, non importa quanto ristretta, del processo decisionale) non riescono ad essere rispettati simultaneamente. Con quale conseguenza? Che poiché nella pratica si finisce sempre per dare la precedenza al principio democratico, e questo per elementari ragioni di governabilità dell’impresa, il socio che si trovasse sistematicamente in minoranza non riuscirebbe mai a veder accolto il proprio punto di vista, finendo per allontanarsi dalla compagine stessa. Situazioni del genere se per l’impresa capitalistica non hanno grande rilevanza, per la cooperativa avrebbero effetti alla lunga deleteri. D’altro canto, occorre considerare che il conflitto – di per sé – è segno di vitalità, perché come ci ricorda Terenzio: “il seme e la terra sono in conflitto, ma da essi nasce la pianta”.

            Nel mondo delle imprese capitalistiche, gli strumenti per risolvere situazioni conflittuali sono, per un verso, il contratto (si tenga presente che la struttura formale di un incentivo è quella del contratto), e per l’altro verso, il ricorso al “giudice”, cioè ad una terza parte. L’impresa cooperativa non può limitarsi a questi due strumenti, per e ragioni tanto ovvie che non è il caso qui di richiamare. E allora? Una risposta può venirci dalla considerazione che due sono le forme dell’obbedienza: quella che si dà alla norma (giuridica o sociale) e quella che si dà all’autorità, a chi riteniamo sia degno di autorità. La prima è un’obbedienza solo formale che non risolve al fondo il problema del conflitto; la seconda è l’obbedienza che diventa virtù, precisamente la virtù che modera l’autosufficienza. Ebbene, la cooperativa deve trovare il modo di declinare questa seconda nozione di obbedienza e quindi deve individuare, al proprio interno, la persona (o il gruppo) capace di esercitare la funzione di autorità. 

            Si badi, però, a non confondere il principio di autorità con il principio gerarchico. Quest’ultimo, infatti, può risultare un meccanismo efficiente quando si tratta di conseguire obiettivi di routine. Incontra però difficoltà insormontabili nel realizzare obiettivi di innovazione. Il punto è che l’autorità entro l’impresa è il soggetto portatore della relazione di fiducia, della risorsa cioè di cui nessuna organizzazione può fare assolutamente a meno. Quale ha da essere, allora, la forma della catena di comando affinché la domanda di fiducia possa essere soddisfatta? Uno spunto interessante di risposta ci viene dal lavoro recente del fisico ungherese Albert Laszlo Barabasi che, con riferimento alle problematiche dei nuovi media, ha mostrato come sia necessario tener conto anche delle dinamiche immanenti allo stesso processo evolutivo della rete e, in special modo, alle sue proprietà emergenti. Una delle più significative di queste ultime è quella che Barabasi chiama tendenza alla “clusterizzazione”: la rete è fatta, ad un tempo, di legami forti (i cluster, cioè gruppi di amici tra cui c’è fiducia perché c’è piena conoscenza reciproca) e di legami deboli che connettono i cluster fra loro funzionando da veri e propri ponti. Senza questi legami deboli la rete non potrebbe funzionare. (C. Formenti, 2005).                            

            Possiamo trasferire questa immagine (per via di analogia e non già di similitudine) all’esperienza della cooperativa: il ruolo strategico dell’autorità – qui intesa come leadership - è quello di fungere da “connettore” sia all’interno della singola impresa sia tra di esse. È così che si genera la fiducia generalizzata che, contrariamente a quanto accade con la fiducia particolaristica, produce capitale sociale. In definitiva, compito specifico dell’autorità d’impresa è quello di far toccare con mano che la vita virtuosa è la vita migliore non solo per gli altri, ma anche per se stessi. È in ciò il significato della nozione di bene comune, che è il bene dello stesso essere in comune. Cioè il bene di essere inseriti in una struttura di azione comune quale è, appunto, l’impresa. Mentre pubblico è contrario di privato, comune è contrario di proprio. Al tempo stesso, però, il bene comune non è dissociabile dal bene individuale. Si tratta di un compito non facile da assolvere. Assai più facile è dare comandi (come avviene nel rapporto gerarchico) oppure chiedere ai singoli di rinunciare al loro bene individuale (come accade con l’altruismo puro). La vera autorità è invece capace di liberare coloro con i quali si trova a cooperare dall’ossessiva idea platonica del bene, un’idea per la quale vi sarebbe un bene a priori da cui va “estratta” un’etica, intesa come insieme di regole per l’azione, da usare come “manuale di istruzioni”. Piuttosto, l’autorità nella cooperativa sa mostrare – proprio come insegnava Aristotele – che il bene è qualcosa che avviene, che si realizza mediante le opere, cioè attraverso il lavoro. Quando questo accade, i risultati sono travolgenti, come tante storie di successo di imprese cooperative indicano assai chiaramente.

 

  1. Anziché una conclusione

            Siamo alla vigilia di una nuova stagione imprenditoriale che si caratterizza sia per il rifiuto di un modello fondato sullo sfruttamento (della natura e dell’uomo) in favore di un modello centrato sulla logica della reciprocità, sia per lo sforzo di dare un senso all’attività di impresa, la quale non può ridursi a pensare se stessa come mera “macchina da soldi”. Invero, sempre più diffuso tra gli imprenditori illuminati è il pensiero secondo cui il profitto non può essere l’unico obiettivo dell’impresa e soprattutto che non può esserci trade-off tra profitto e impegno civile. Si tratta allora di ripensare, in chiave generativa, il ruolo dell’imprenditore nel nuovo contesto economico che si è venuto a configurare al seguito dei fenomeni della globalizzazione e della rivoluzione digitale. È ormai acquisito - anche se non ancora attuato - che l’azione economica, oggi, non può essere riduttivamente concepita nei termini di tutto ciò che vale ad aumentare il prodotto sperando che ciò possa bastare ad assicurare la convivenza sociale; piuttosto, essa deve mirare alla vita in comune. Come Aristotele aveva ben compreso, la vita in comune è cosa ben diversa dalla mera comunanza, la quale riguarda anche gli animali al pascolo. In questo, infatti, ciascun animale mangia per proprio conto e cerca, se gli riesce, di sottrarre cibo gli altri. Nella società degli umani, invece, il bene di ciascuno può essere raggiunto solo con l’opera di tutti. E soprattutto, il bene di ciascuno non può essere fruito se non lo è anche dagli altri.

 

 

 

 

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